Un Sei Nazioni ai tempi della crisi. Almeno quanto a parsimonia nell’assegnazione dei trofei collegati. Procedendo con ordine: niente Grande Slam (se l’è giocato l’Inghilterra all’ultima giornata facendosi asfaltare a Cardiff e il Galles nella partita del debutto quando si è arreso quasi senza combattere all’Irlanda), niente Triple Crown (dal momento che le britanniche si sono spartite successi e delusioni) e, checché ne dicano alcune vestali della setta del Whitewash: niente Cucchiaio di legno.
Anche se sarebbe bello, nell’anno in cui noi del "rugby macaronì" ci siamo portati a casa il Trofeo Garibaldi, appiopparlo ai nostri (non amatissimi) cugini d’Oltralpe. E, in verità, qualcuno in giro, all’interno di quella che il grande Alfio Carusso chiamava “la parrocchia ovale”, lo sta già facendo. Noi no.
Alla fine ha vinto il Galles, una Nazionale che dopo un novembre di test da incubo (solo sconfitte, compresa quella interna con Samoa!) aveva cominciato il Torneo all’insegna del “non è che sembriamo morti, lo siamo veramente!” infilando (soprattutto nel primo tempo, dal momento che nel secondo i verdi dell’esonerando Declan Kidney decisero di tirare un po’ di freno a mano) una serie di nefandezze tecnico tattiche tali da autorizzare tutti (tutti, diciamolo!) a preconizzare un Sei Nazioni in versione: caduta (rovinosa) degli Dei.
E invece, nella terra dove si gioca a rugby dal 1850 e dove la leggenda racconta che chi non è nato su un campo da rugby vi è stato quantomeno concepito, nel bel mezzo di una migrazione di talenti e di cervelli ovali che tanto somiglia a una fuga precipitosa di chi abbandona il vascello che sta per affondare…ecco emergere il travet Robert Howley (al quale la stampa “amica” non riconosceva particolari doti di condottiero) che prende il testimone dal gran capo Warren Gatland, troppo preso a preparare il Tour dei mitici B&I Lions in Australia per seguire i Dragoni, e un po’alla volta, con calma e dosi industriali di senso pratico, scala a un o a uno tutti i gradini che l’hanno condotto alla finale secca del Millenium di sabato sera contro gli ingombranti e poco amati vicini di casa (quelli che “si sono presi il nostro acciaio e il nostro carbone, le nostre donne e i nostri cavalli per correrci due settimane l’anno…”).
Giusto in tempo per dare al mondo ovale la prova provata che se c’è un uomo di terza linea capace di competere alla pari con quelle "mostruose" dell’emisfero sud, quello è Justin Tipuric. Non solo: che Dan Biggar non sarà Dan Carter ma…avercene in giro per il campo di numeri 10 come lui, che Mike Phillips (forse) diventerà un testimonial di moda (intima?) maschile ma, quando ne ha voglia (e a Cardiff ne aveva, e tanta!)fa il mediano di mischia “atipico” come nessun sa fare. E poi mettiamoci due ali come North e Cuthbert, Jamie Roberts centro e un certo Wartburton a tenere le redini e a provare a dare ordine a una compagnia di ventura capace di incantare e di far male a chiunque. Vincere il Torneo per due anni consecutivi è “roba” da grandi squadre. Questo Galles lo è. Lo era, solo che quasi nessuno se n’era accorto.
L’Inghilterra ricorderà con raccapriccio gli ultimi 20’ della sconfitta di Cardiff. Quelli disputati con la certezza che nulla sarebbe più potuto cambiare e che la vittoria tanto cercata era definitivamente sfumata. Qualcuno entrerà in crisi, qualcuno lo è già da tempo. Solo il pragmatismo illuminato di Stuart Lancaster (autore di un piano tattico lineare e discretamente produttivo ma non certo capace di scalare le vette della qualità del gioco) è riuscito, per così lungo tempo, a mascherare i problemi che la notte di Cardiff ha messo impietosamente in piazza.
I giocatori inglesi sono usurati. La “colpa” è del loro terribile campionato Nazionale (la Premiership) che non concede soste, che non prevede incontri poco dispendiosi e che sacrifica tutto al risultato. Minutaggi pesanti, tensione sempre al massimo e una condizione fisica che non può prolungarsi oltre il lecito e oltre il sensato sono alla base di certe inadeguatezze emerse nel corso del Torneo ed esplose clamorosamente (ma non troppo)negli 80’ decisivi della competizione. Sarà un caso, ma la Francia (il Top 14, se possibile, è ancora più duro della Premiership) è l’altra squadra che si è presentata a questo Sei Nazioni con la spia della riserva accesa fin da subito. E il risultato finale…
Di Scozia e Irlanda è giusto dire che hanno dato e ottenuto quanto, al momento, il loro movimento di vertice riesce a esprimere. Pochi giocatori, pochissimi di qualità assoluta e un cambio generazionale in atto (Hogg, Gray, Mashall e Paddy Jackson per citarne alcuni)ma non certo completato o facile da portare a termine sono gli ingredienti che hanno condotto la Scozia del dopo Paterson al terzo posto e l’Irlanda del dopo O’Gara al quinto.
L’Italia (differenza punti -36) si è classificata quarta dietro la Scozia (-9) ma davanti a Irlanda e Francia, entrambe battute. Ce n’è abbastanza per festeggiare, per gioire e per riconoscere che l’operazione Celtic league ha dato i frutti sperati. Con Jaques Brunel alla postazione di comando e con un buon numero di facce nuove in campo l’Italia del Sei Nazioni 2013 si è dimostrata complesso più che dignitoso dal punto di vista tecnico, fisicamente competitivo, con qualche “buco” in (almeno) un paio di ruoli chiave ma con la capacità di amministrare grandi quantità di possesso. È vero, mancano ancora quote importanti di efficacia e il tasso medio di talento individuale non è all’altezza della concorrenza. Ma la strada intrapresa è quella giusta. Ed è bello poter dire, dopo che frequentiamo il Sei Nazioni dall’anno di grazia 2000, che stavolta ce la siamo giocata contro tutti. Anche quando (Galles e Scozia) sul campo si sono visti più errori e lacune che cose fatte bene. Fa parte del gioco, è capitato anche a Francia e Inghilterra. È la prova provata che il rugby è, per nostra fortuna, tutto tranne che una scienza esatta.
Giorgio Sbrocco