Sta facendo molto discutere la bella intervista di Massimo Calandri (Repubblica) a Jaques Brunel. Soprattutto il passaggio in cui il ct francese della Nazionale denuncia e lamenta, parlando del suo impatto con l'Italia: “ l'assenza di cultura sportiva dal panorama della politica”. Se ne possedessimo qualche oncia, fa capire il tecnico transalpino, le potenze ovali “ potrebbero essere più vicine”. E continua: “È la cosa che negativamente mi ha colpito di più, quando sono arrivato qui, un anno fa. I ragazzi restano a scuola fino a metà pomeriggio, poi se ne vanno a casa. Quelli che fanno sport devono pagare, e non hanno la possibilità di trovare la disciplina più adatta alle loro caratteristiche”. Nulla che già non si sapesse e che qualunque operatore di sport di base sia in grado di sottoscrivere. A essere debole, molto debole, è l'impianto complessivo del nostro sistema pubblico di istruzione che mai, per ragioni culturali prima ancora che storiche, ha concesso pari dignità all'attività motoria e sportiva nei confronti delle varie aree disciplinari. La scuola italiana (magagne degli ultimi anni e tagli orizzontali a parte) non ha nulla a che vedere con l'attività sportiva. Che per fortuna di tutti noi è stata presa in carico da privati illuminati, volonterosi e a volte eroici. Bravi a guadagnare rispetto e credibilità internazionale nonostante le mille difficoltà. Ma impossibilitati, per forza di cose, a mettere in crisi l'assunto di base. Quello su cui si fonda il nostro “educare attraverso la scuola”. Quello cioè secondo cui “una cosa è studiare, un'altra è correre e saltare”. La prima, si ritiene che formi, la seconda che semplicemente aiuti a impiegare il tempo libero. È triste ma è così.
Giorgio Sbrocco