20
dicembre


Buon 2013 da Luciano Ravagnani. By Giorgio Sbrocco

Da oggi al 31 dicembre www.glengrant.it ospiterà il parere di alcuni noti giornalisti specializzati che, nel rispondere alle quattro domande di Capodanno loro poste, forniranno una valutazione in ottica strettamente ovale e azzurra dell'anno che sta per finire con un paio di interessanti incursioni nel campo dei pronostici e del futuro che ci aspetta.
Oggi è il turno di Luciano Ravagnani, vero padre nobile della professione giornalistica declinata in forma ovale, una vita a Il Gazzettino (252 i test dell'Italia seguiti e raccontati in carriera), autore di testi fondamentali (Storia del rugby mondiale dalle origini ad oggi/Vallardi editore, con lo scomparso Pierluigi Fadda) e oggi ancora in prima linea nell'editoria specializzata.

Le quattro domande di Capodanno

nota metodologica dell'autore
Quattro domande per altrettante risposte, motivate da 1 a 10, per il rugby italiano. Posto così il problema appare come il gioco dell’oca. Lanci i dadi, poi avanzi di caselle e alla fine può toccarti di tornare al via o restare fermo tre giri. Ma se è un gioco, lo gioco. Con un correttivo, però. Qui si tratta di rugby di alto livello, l’Italia è pur sempre fra le prime dieci del ranking mondiale, quindi niente voti da scuola normale, ma trentesimi da università.

Quale voto alla Nazionale italiana per il 2012?
L’Italia, tutto sommato, ha vinto quel che doveva vincere, ranking mondiale alla mano. La Scozia nel Sei Nazioni, poi Canada e Stati Uniti, quindi Tonga. Con le altre, a parte i 32 punti di differenza con l’Irlanda, si è battuta come ha potuto, a volte fino a prosciugarsi (carenze tecniche, non di preparazione). L’approccio ai test non sempre è stato corretto, è un difetto nazionale esagerare le attese  e sopravvalutare la preparazione all’esame. Un voto sul libretto universitario? Direi 20, che è un po’ meglio del 18, il minimo per non perdere la sessione.

Il nome (o i nomi) del “futuro” del rugby italiano, cioè gli emergenti, in  prospettiva World Cup 2015 e oltre.
Mi pare che Jacques Brunel abbia l’occhio attento ma il panorama sul quale spaziare è quello che è. Per quel che ho potuto vedere, tra i 20 e i 25 anni, direi Iannone, Minto, Gori,  un po’ (ma poco poco) Benvenuti, più di speranza che altro. Fuori dal “giro”, notevole la gestualità di Menniti Ippolito, che però per il fatto di portare il n. 10, corre già a handicap perché il nostro rugby brucia facilmente tutte le speranze del ruolo, per il semplice motivo che pretende moltissimo senza metterli in condizione di giocare. Mi faccio spesso una domanda: “Quanto migliorerebbe l’Italia con l’all black Carter a n. 10?”. La risposta è confusa, da 18. Come il voto al “futuro” del rugby italiano.

Un voto a Brunel
Come si fa a giudicare chi non si conosce? Quando mai un giornalista, in questi tempi, può vedere come lavora un tecnico? Conoscere quel che pensa? Sapere come prepara le partite?  Percepire la gestione dello spogliatoio? Apprendere se è o meno condizionato dal sempre deleterio zoccolo duro dei “sopracciò” della squadra?  La stampa, ora come ora, o è un bel contorno turibolante che sparge incenso o viene tenuta alla larga. A Brunel, comunque, un bel 27 di stima. Per quel che ha fatto in Francia e perché viene dal Gers, il dipartimento della Francia che mi piace di più. Debolezze geografiche.

Come andrà nel prossimo Sei Nazioni?
Il primo appello è a febbraio, ma poi altri quattro esami in 40 giorni. Vale quanto scritto alla risposta n.1): non esagerare le attese. Previsioni ardue. Direi di chiudere il libretto e finire con un bel “ripassi fra tre mesi”.
Giorgio Sbrocco

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