17
novembre


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Test match - Grande partita di un'Italia all'altezza della situazione. By Giorgio Sbrocco

 Ha vinto il pubblico dell’Olimpico: 73 mila testimoni di cosa possa fare la sana e genuina passione sportiva quando resta ancorata ai valori della lealtà e della correttezza. Ha vinto la Nuova Zelanda: che rappresenta quanto di meglio e di più efficace si possa attualmente vedere e fare su un campo da rugby nel rispetto dei principi del gioco e della competenza tecnica filtrate da dosi industriali di talento individuale e di disciplina. Ha vinto anche l’Italia di Sergio Parisse che fino al 69’ (23-10) è stata in partita mettendo i tuttineri campioni del mondo in situazioni oggettivamente di disagio. A tratti addirittura in difficoltà. Poi è finita la benzina, i Mostri non hanno ceduto di un millimetro e sono arrivati altri venti punti. Pesanti da sopportare, difficili da digerire, poco simpatici da annotare sui libri si storia ma, in tutto e per tutto, figli di una differenza di caratura che sarebbe poco onesto non riconoscere o, peggio, mettere i discussione. Se la Scozia, che di punti dagli All Blacks, sette giorni fa, ne ha presi 50 può andare fiera delle tre mete segnate, l’Italia (splendida marcatura di Sgarbi a parte) può guardare avanti con un certo giustificato ottimismo perché l’organizzazione difensiva esibita all’Olimpico è roba di classe e per palati fini. E la mischia chiusa (anche in versione Cittadini-Giazzon-De Marchi) una garanzia.

Della partita è giusto consegnare agli annali l’intero primo tempo, che dopo il calcio di Cruden (13’) e la meta di Read (17’) su grande attacco alla linea del vice Carter, ha registrato la grande azione corale del XV azzurro, capace di attaccare e di cambiare fronte da mischia chiusa sui cinque metri per l’incursione vincente di Sgarbi (27’) che ha deliziato lo stadio.

Nella ripresa l’Italia ha pestato duro sul match fino al drop di Orquera (54’), dopo aver subito la bella meta di Ma’a Nonu (azione al largo indifendibile) e aver a lungo messo sotto pressione il fronte difensivo avversario. Quando (69’)  Cory Jane ha realizzato la meta numero 4 si è capito che gli ultimi 10’ sarebbero stati (molto)n pesanti. Le due mete di Savea (72’ e 76’) ne sono stati la crudele e impietosa rappresentazione. Ma si trattava di un’altra partita. Quella che, al momento, l’Italia del rugby non è (ancor) in grado di giocare. In conclusione, e cominciando da Jaques Brunel: bravi tutti. Con Favaro una paio di spanne sopra agli altri.

Giorgio Sbrocco

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