6 NAZIONI – A Cardiff vince il Galles e sogna il grande Slam. Italia coraggiosa e disposta al sacrificio. Ma per competere servono altre qualità e competenze. Che al momento non ci sono. By Giorgio Sbrocco

Quarta sconfitta targata Sei Nazioni (quella più pronosticata e attesa) per l’Italia di Jaques Brunel e Sergio Parisse al Millenium stadium contro gli imbattuti Dragoni di mister Gatland.  Al termine di una partita che secondo il tabellone segnapunti è risultata in equilibrio fino al minuto 50 e si è conclusa con uno score (24-3) tutto sommato più che dignitoso. A caratterizzare il match è stato però il divario oggettivamente enorme fra la qualità e il volume del gioco espresso dai lanciatissimi padroni di casa e la fiera, rigorosa, mai improvvisata, a tratti commovente, molto spesso efficace, resistenza che Favaro (migliore in campo insieme a Zanni nella difficile e dispendiosa arte del placcaggio-recupero) e gli altri ragazzi in azzurro hanno opposto a un dominio tecnico e territoriale che, non di rado, ha assunto i connotati inquietanti dell’assedio. Fotografia fedele anche se impietosa di un confronto oggettivamente impari, che solo l’ottima distribuzione degli uomini sullo spazio (materia di cui Brunel è riconosciuto depositario e luminare a livello mondiale), unita a un comportamento impeccabile nella zona di impatto e (inutile negarlo) a una, magari inconscia, ma palese e giustificata volontà dei gallesi di “risparmiare qualcosina” in vista del match della vita di sabato con la Francia che potrebbe regalare loro il tanto atteso Grande Slam, hanno saputo mantenere sui binari numerici della competizione “alla pari o quasi” senza scadere in passivi umilianti sul modello delle “tariffe” degli anni ’70. Sul piano generale della valutazione della qualità del rugby che questa Nazionale è, oggi, in grado di esprimere, rimane il punto fermo di una squadra che, palla in mano, sa fare poco o niente (di efficace), che non è attrezzata tatticamente per giocare al piede e che, sul piano delle individualità, presenta alcune scoperture di ruolo che male si conciliano con le  esigenze del rugby di alto livello. Il bilancio delle fasi statiche (lanci di D’Apice a parte) è risultato complessivamente accettabile e la costruzione del drive da rimessa laterale pare essere tornato nelle competenze del pacchetto. È chiaro che, ma non si tratta purtroppo di una novità, ritenere di poter competere con solo queste “armi” a disposizione è quantomeno velleitario. Senza contare che, continuando a scendere in campo con la prospettiva di imboccare la strada obbligata del “placcaraplaccareplaccare” (e basta) il calo/crollo verticale di rendimento nell’ultimo quarto di gara, più che un’ipotesi, diventa una granitica certezza. Alla vigilia dell’ultimo (decisivo) appuntamento romano contro la Scozia (che a Dublino, risultato finale a parte, ha giocato e tanto) che metterà in palio (a ciapanò) il nefando Cucchiaio del disonore, non resta che tenersi ben stretta quella quota di ottimismo che deriva dalla certezza che questa Nazionale, per quanto poco attrezzata alle voci talento e competenze tecniche, ha un cuore davvero grande e coraggio da vendere.

Giorgio Sbrocco, giornalista sportivo.

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