Se il buongiorno si vede dal mattino…Non si può dire che sia cominciata bene la presidenza di Alfredo Gavazzi ai vertici della Fir. Il problema di fondo, dichiarazioni improvvide a parte (i “metodi leciti e meno leciti” usati dagli avversari, secondo un virgolettato attribuito al neo eletto) e accettata come “dovuta e giustificata” la piccata replica di Luciano Benetton in persona che, con una lettera aperta al quotidiano della sua città, chiede spiegazioni, è che ancora una volta ci stiamo impantanando in un dibattito che non dovrebbe nemmeno cominciare. È che noi italiani (amanti dl rugby compresi) abbiamo una strana e distorta concezione del concetto di competizione. Elettorale , in questo caso. Un atto che, nel pieno rispetto delle regole (formali e sostanziali, azzardiamo), un paio di gironi fa ha dato volto e nome a un vincitore e a uno sconfitto. Per noi, inutile tentare di negarlo, non è sufficiente. Non finisce lì. Come sarebbe normale attendersi. Siamo un paese di democrazia, evidentemente, ancora troppo giovane e la “gara” all’interno di canoni stabiliti in anticipo e accettati da tutti i contendenti non fa ancora parte del nostro sedimentato vissuto. Le prove non mancano. In politica e non solo. Perdere è un’arte difficile. E nessuno ha mai chiarito se si apprenda meglio praticando la vittoria sistematica o il suo contrario. Però qualcosa che non va c’è. Molti commentatori di cose ovali hanno infatti messo al centro della loro “analisi” la mancata “vittoria schiacciante” del candidato bresciano. Notando, alcuni, che “sono finiti i tempi dell’80% dondiano. Con ciò volendo forse insinuare che, visto il margine uscito dalle urne romane, l’elezione di Gavazzi sia da considerarsi meno autentica? Meno valida? No. E allora? Dove sta il problema? Oltretutto, e di questo si parla poco, la maggioranza su cui Gavazzi potrà contare in Consiglio è unanimemente stimata nell’ordine del 90% (dei consiglieri eletti solo il ligure Besio pare ascrivibile alla quota degli “indipendenti”), di pochissimo inferiore a quelle dell’ultimo e del penultimo mandato di Dondi. Che furono del 100 per 100. E, forse, non per colpa di Dondi. Siamo davvero alle solite: tu hai vinto ma io ho perso di poco. Oppure: stai zitto tu che non hai vinto di tanto. E ancora: tutti pensavano che avrei perso 6-0, è finita 6-4, fossi in te non festeggerei. Perché? Perché ogni volta che c’è una competizione, chi perde trova normale e dovuto (provare a) limitare la portata del successo dell’avversario? Accuse di brogli, richieste di riconteggio…ne abbiamo viste e sentite di ogni. Perché l’idea che, in democrazia, anche un solo voto di differenza conti e valga come mille, non è nel nostro corredo culturale. Peccato. E peccato che persino uno come Luciano Benetton, la cui storia pubblica e professionale è quella di un uomo spesso in netto anticipo sui tempi, abbia trovato “normale”, nel riferirsi a Gavazzi, definirlo “…uno sportivo eletto con il 55 per cento di preferenze”. Le presidenze (in un sistema maggioritario puro come è quello che ha portato Gavazzi al potere) si giudicano sulla base degli atti che il titolare compie nel corso del proprio mandato. E non sulle dimensioni del consenso elettorale che quel potere gli ha consegnato. Non accettare o mettere in discussione un tale elementare dato di fatto equivale a mettere in discussione l’intero sistema di democrazia rappresentativa e delegata. Cioè applicare il noto “teorema Capalbio”, secondo cui, quando si perdono le elezioni, non bisogna cambiare i programmi o i candidati, ma il corpo elettorale!
Giorgio Sbrocco