I Campioni
1911

In Italia tutto cominciò a Milano. Correva l'anno 1911.

 

La prima partita di rugby disputata in Italia di cui esiste documentazione consultabile e autentica risale al 1910. In quell'occasione, a Torino scesero in campo il Racing Club Parigi (che oggi disputa il campionato francese Top 14 con la denominazione di Racing Metro e nelle cui fila gioca Mirco Bergamasco) e il Servette di Ginevra. Il 2 aprile del 1911, invece, segna il debutto assoluto di una formazione italiana sulla ribalta nazionale e internazionale di questo nuovo e strano gioco. A Milano si affrontarono l'US Milanese e la squadra francese del Voiron. Da lì siamo partiti.

Marco Bollesan
(Chioggia, 7 luglio 1941)

Per tutti, da sempre: “Marco il guerriero”. Genovese anche se nato in Veneto (1941), ha vinto due scudetti (Napoli e Brescia), vestito 47 volte la maglia dell’Italia, in un periodo (1963 – 1975) in cui di partite internazionali se ne giocavano al massimo tre all’anno e della Nazionale è stato anche capitano 37 volte. Da ct ha guidato l’Italia (con Gianni Franceschini) alla prima Coppa del Mondo in Nuova Zelanda (1987) ed è stato poi per anni team manager, uomo immagine e  ambasciatore del rugby italiano nel mondo. Oggi è  apprezzato conferenziere, passa il suo tempo fra convegni, aule universitarie e tavole rotonde, dove viene chiamato per “spiegare e raccontare” il rugby. Numero 8 generoso e carismatico, dotato di enormi mezzi atletici e di raffinate competenze esecutive, “rischiò” di essere il primo italiano a vestire la maglia dei mitici Barbarians. Ma l’osservatore britannico giunto in Italia per la valutazione (messo su una falsa pista da un compagno di squadra invidioso?) sbagliò numero di maglia e la cosa non ebbe seguito.

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Walter Spanghero
(Payra – sur – l’Hers, 21 dicembre 1943)

Gli Spanghero (o accentata) erano una grande famiglia. Il padre muratore arrivò in Francia dal Friuli per sfuggire alla miseria. Di otto fratelli solo le due femmine non giocarono mai a rugby. I sei maschi: tutti. E tutti con discreto successo. Ma quello entrato nella leggenda è Walter, il secondo. L’ “uomo di ferro”, come lo battezzarono i sudafricani dopo aver visto all’opera lui e le sue enormi mani nel tour del 1967. Giocò 12 stagioni a Narbonne, dal 1963 fino al 1975. Poi finì la carriera a Tolosa, in una terza linea che schierava, oltre a lui, Jean Pierre Rives e Jean Claude Skrela. Terrificante! In Nazionale conquistò 51 caps. Autore di Rugby au cœur (1969), pagò con l’esclusione dalla Nazionale certi apprezzamenti sull’ambiente del rugby francese. Vi tornò nel 1971 dopo che il presidente Pompidou in persona era intervenuto pubblicamente in sua difesa. Uscito di scena fu, fra le altre cose, sindaco aggiunto di Tolosa, incaricato del coordinamento della polizia municipale. Per conto della Ffr curò la transizione del rugby francese verso il professionismo.

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Gareth Owen Edwards
(Pontardawe, 12 luglio 1947)

Il giorno del suo debutto nella Nazionale del Galles (1 aprile 1967, Parigi) aveva ancora 19 anni. La prima volta che scese in campo da capitano meno di 21. Basterebbe questo particolare per dare la misura della rilevanza di questo fantastico (e fantasioso) mediano di mischia che ha scritto alcune delle pagine più gloriose della storia del rugby gallese. Il padre era minatore, a 16 anni giocava a calcio con il Swansea City. Poi cambiò idea. Fra il 1967 e il 1978 giocò 53 volte (consecutivamente) con la maglia dei Dragoni, segnò 20 mete e vinse sette volte il Cinque Nazioni (ne disputò 12). Ebbe come colleghi di reparto veri e propri ”mostri” come Barry John e Phil Bennet. Con i B&I Lions partecipò alla vittoriosa campagna del 1971 in Nuova Zelanda. Chiuse la carriera a Cardiff, città del club con cui trascorse la sua intera vita sportiva, contro la Francia il 18 marzo 1978, l’anno del suo terzo Grande Slam e della terza Triple Crown. Oggi è commentatore sportivo per Bbc e S4c.

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John Peter Rhys “JPR” Williams
(Bridgend, 2 marzo 1949)

Estremo per diletto, medico ortopedico di professione. Allora, nei mitici anni ’70, il rugby funzionava così. JPR, basette lunghe e calzettoni abbassati, fu il punto di riferimento della linea arretrata dei Dragoni dell’epoca d’oro, di cui contribuì a edificare e a rendere eterna la leggenda. Una figura quasi mitica. In Galles si continua a sostenere che vinse persino il torneo junior di Wimbledon nel 1966. Non è vero, ma è meglio non andare a fondo della cosa se si capita nei pressi di Bridgend. Primo cap a 19 anni, ne collezionò 55 (di cui 5 da capitano e 8 con i B&I Lions), un’enormità per quell’epoca. Giocò per Bridgend e London Welsh e dopo il tour dei Lions in Sud Africa del 1974, prolungò le ferie e si fermò qualche mese a giocare per Natal. Da estremo segnò 5 mete all’Inghilterra in 10 test. Un dato che oggi non ha nulla di eccezionale ma che per il rugby di allora (l’estremo era considerato un difensore puro) rappresentò il marchio di fabbrica del suo talento stellare. Da Lions vinse le storiche Series del 1971 con la NZ e del 1974 con il SA. Nel 1977 rinunciò al tour in NZ per non compromettere la sua carriera di medico ospedaliero. Allora si usava così.

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Jean Pierre Rives
(Tolosa, 31 dicembre 1952)

Lo chiamavano Casco d’oro per il colore dei capelli. Di lui si diceva che mettesse la testa dove gli altri avevano qualche problema a mettere le mani. Fu dal 1975, anno del suo primo cap e del debutto nel Cinque Nazioni (ne disputò 10, ne vinse 3), punto di rifermento e immagine gladiatoria e vincente del XV di Francia. Il 14 luglio del 1979 a Auckland guidò la Nazionale alla prima storica vittoria (24-19) sugli All Blacks in Nuova Zelanda. Terza linea capace di anticipare  tatticamente le situazioni sul campo e in possesso di un bagaglio sterminato di abilità individuali divenne, con almeno una decina d’anni di anticipo, il prototipo del flanker moderno e versatile. Efficace e produttivo sui punti d’incontro, inarrivabile nel gioco sugli spazi allargati. Dopo il suo ritiro dall’attività agonistica (1986) si dedicò alla scultura. Attività che ancor oggi esercita con successo a livello internazionale.

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Stefano Bettarello
(Rovigo, 20 aprile 1958)

Il padre Romano di scudetti ne vinse 7, lo zio Ottorino 6, entrambi vestirono la maglia della Nazionale, oltre a quella rossoblu del Rovigo e a quella cremisi delle Fiamme Oro. Ma il Bettarello più famoso è Stefano, primo Barbarians del rugby tricolore (1987) mediano di apertura dal piede fatato e dalle competenze gestionali inarrivabili, che vinse solo due volte il titolo (1979, 1983) con le maglie di Rovigo e Treviso ma che scrisse pagine fondamentali nella storia del rugby tricolore. Fu lui a guidare l’Italia (1983) allo storico 15-15 del Flaminio di Roma contro l’Inghilterra. Un risultato che fece talmente scalpore da indurre i britannici a non concedere alla partita lo status di Test per non doverlo riportare negli annali. Bettarello (55 caps) esordì in Nazionale nel 1979 (Polonia) e chiuse con la maglia azzurra nel 1988 (Australia). Non partecipò alla World Cup dell’87 e chiuse la carriera a Casale (Tv) nel 1994. In Nazionale segnò 483 punti. Meglio di lui solo Diego Dominguez.

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Serge Blanco
(Caracas, 31 agosto 1958)

Grazie a lui il giocatore con la maglia numero 15, l'estremo, cessò di essere l’ultimo baluardo difensivo, una sorta di statico portiere scarsamente coinvolto nella manovra offensiva, e assunse il rango di attaccante aggiunto. L’uomo capace di inserirsi nella linea arretrata per creare squilibri e soprannumeri al fine di sfruttare a proprio vantaggio lo spazio in ogni zona del campo. Nato a Caracas da padre venezuelano e madre basca, spesso paragonato a Pelé per l'immenso talento, Blanco giocò dal 1974 al 1992 per Biarritz. In Nazionale (93 caps) debuttò nel 1980, disputò 10 edizioni del Cinque Nazioni vincendone sei. Prese parte a due Coppe del Mondo (1987 e 1991), memorabile la sua meta contro l’Australia che decise la semifinale. Due volte presidente del Biarritz, dal 1998 al 2008 ha guidato la Lega francese di rugby.

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John Jeffrey
(Kelso, 25 marzo 1959)

Lui c’era a Murrayfield, nel 1990, la prima volta di “Flowers of Scotland”. L’Inghilterra aveva già il Cinque Nazioni in tasca. Tutti ne erano convinti. Alla fine vinse la Scozia 13-7 (Grande Slam) e fu festa grande. Come due anni prima, o quasi: “Ricordo solo che io e Dan (Richard, n.8 dell’Inghilterra), finito il banchetto la prendemmo e la portammo in strada. Il giorno dopo mi dissero che era tornata danneggiata, che qualcuno ci aveva giocato a calcio, che i lavori di riparazione sarebbero costati mille sterline… e che io ero squalificato per sei mesi”. Era il 1988, la danneggiata era la Calcutta Cup che la Scozia aveva appena vinto contro l’odiata Inghilterra. Disse: “Siccome di quella notte non ricordo niente, non contesto la ricostruzione dei fatti. E accetto anche la punizione. Ma non sopporto che a Dan la Federazione inglese abbia dato solo una giornata di sospensione”. Lo chiamavano lo “Squalo bianco”, terza linea ala. Il campo di rugby era il suo campo di battaglia. Giocò 40 volte per la Scozia fra il 1984 (Australia) e il 1991 (NZ). La sua filosofia di gioco è nella famosa frase: ”I tabelloni (segnapunti, ndr) non mentono mai!”.

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Mark Ella
(La Perouse Nsw – Aus, 5 giugno 1959)

Gli Ella grandi giocatori di rugby (scuola Randwick) furono tre. Uno di loro, Mark, che in Nazionale ebbe una carriera brevissima (1980 – 1984) e in tutto collezionò 25 caps, fu dei tre quello grandissimo. Non tanto per i risultati che ottenne in termini di vittorie (Grande Slam 1984 in Gran Bretagna), quanto perché, come solo i veri grandi sanno fare, innovò il gioco. Ella fu il primo mediano di apertura a giocare a ridosso della linea del vantaggio, molto vicino al mediano di mischia e, aspetto veramente rivoluzionario per l'epoca, lo faceva tenendo i suoi compagni di reparto alti quanto lui. Piatti. L'Australia di Mark Ella fu la prima formazione al mondo che attuò sistematicamente il “Flat attack”. Modalità offensiva teorizzata da Bob Dwyer che di quella squadra fu condottiero e profeta. “Che senso ha che io passi la palla a un compagno che si trova metri dietro di me?” si chiedeva Mark Ella. “Come potrò mai essergli utile e portargli sostegno se per farlo devo aspettare che mi superi?”. Quindi: ricevitore all'altezza del portatore di palla e passatore immediatamente utile per il sostegno. Il tutto con un'esecuzione che portava il peso del corpo nella direzione del passaggio da effettuare e l'orientamento gambe/busto verso il ricevitore. Per non parlare delle “nuove” modalità per la creazione dei soprannumeri attraverso gli inserimenti dell'ala chiusa e dell'estremo. Il tutto a pochi centimetri dalla linea fatidica di incontro. David Campese (fra i tanti) scrisse di lui: "È il più grande giocatore di rugby che io abbia mai visto”. I fratelli si chiamavano Gary e Glen.

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Gavin e Scott Hastings
(Edimburgo, 3 gennaio 1962, 4 dicembre 1964)

Gavin fu per un decennio il prototipo dell’estremo play maker, capace di risolvere una partita (e non solo con i piedi), di tenere in equilibrio la squadra nella fase difensiva e di dettare, come solo i grandi direttori d’orchestra sanno fare, tempi e modi della gestione del pallone e dell’occupazione degli spazi. Il migliore al mondo nel suo ruolo per i neozelandesi. Vestì la maglia della Scozia 61 volte fra il 1986 e il 1995 (733 punti), con i B&I Lions giocò 6 test (66). È secondo per punti segnati sia in Nazionale (dietro a Paterson) sia con i Lions (Wilkinson 67). Il fratello minore Scott, con lui allo Watsonians e in Nazionale (64 caps, 2 B&I Lions) fu un centro di livello internazionale, particolarmente dotato in difesa. Storico il suo placcaggio su Rory Underwood lanciato in meta in Scozia-Inghilterra del 1990.

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David Campese
(Queanbeyan – Aus, 21 ottobre 1962)

Detiene ancora il record di mete segnate con la maglia della Nazionale australiana (64 in 101 partite), vinse la Coppa del Mondo 1991 (finale a Twickenham contro l’Inghilterra) e passò una gran parte della sua vita sportiva (1984 – 1993) fra Sydney (Randwick) e Italia. Prima a Padova, a un passo da Montecchio, luogo d’origine dei suoi genitori,  dove lo portò il suo amico Vittorio Munari e dove in maglia Petrarca contribuì alla conquista di tre scudetti, poi a Milano con l’Amatori/Milan di Berlusconi dove di titoli ne vinse due. Quando tornò in Australia disputò la sua prima e unica stagione con lo status ufficiale di giocatore professionista nelle fila dei Waratahs del NSW. Chiuse con il rugby internazionale all’Arms Park di Cardiff l’1 dicembre del 1996. “Passo dell’oca” a parte, Campo fu un modello (super imitato) quanto a linee di corsa e a tecniche di elusione. Incredibili certi suoi (diabolici) tempi di fissazione che oggi in pochi sono in grado di eseguire con la stessa naturalezza e precisione.

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Robert Andrew
(Richmond, 18 febbraio 1963)

Lo chiamavano “Squeaky” per via di quella voce abituata a comandare ma non propriamente stentorea. Stridii a parte, come direttore d’orchestra col numero 10 sulla schiena, raramente il rugby inglese ne ebbe al suo livello. Era detto anche “Il principino”, un po’ per l’aria vagamente snob che non lo abbandonò neanche fuori dal campo di gioco, un po’ perché aveva studiato a Cambridge e giocava bene a cricket. Il suo nome, 71 caps con l’Inghilterra (3 WC, 2 Grandi Slam) e 5 coi B&I Lions a parte, è indissolubilmente legato al “miracolo Newcastle”, il club dove si trasferì proveniente dai Waps nel 1995 e che portò dalla seconda divisione al titolo di campione d’Inghilterra nel 1998. Si ritirò a 36 anni per colpa di una spalla che lo tormentava, restò a Newcastle come dirigente fino al 2006 e poi passò a comandare (anche) in federazione fino al 2011, quando il fallimento Mondiale di Martin Johnson mise fine alla sua carriera.

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Michael Lynagh
(Brisbane – Aus, 25 ottobre 1963)

Venne per la prima volta in Europa, da centro, nel 1984 con l’Australia dello storico Grande Slam con Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda. Impresa cui il giovane Lynagh contribuì con 42 punti personali. Il primo cap l’aveva conquistato qualche mese prima a Suva contro le Fiji. In tutto giocò 72 test match e con 911 punti segnati è il miglior marcatore nella storia dei Wallabies. Prese parte alla WC del 1987 da apertura, il ruolo che mantenne fino al suo ritiro avvenuto nel 1998. Contribuì alla vittoria nell’edizione del 1991 in Inghilterra. Storica la sua (folle) decisione di non piazzare, in semifinale contro l’Irlanda a Lansdowne Road, un calcio sul 18-14 per i padroni di casa. Da quella “follia” derivò la meta della vittoria (19-18) che regalò all’Australia la finale di Londra. Giocò dal 1991 al 1996 (1202 punti) con la Benetton e vinse lo scudetto del 1992. Sposato con la trevigiana Isabella, al termine della sua esperienza italiana si trasferì a Londra per giocare con i Saracens le due ultime stagioni della sua fantastica carriera. In patria ha vestito 100 volte la maglia del Queensland, segnando 1166 punti. Oggi è affermato uomo d’affari e commentatore televisivo. Vive fra Londra e Treviso.

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John Kirwan
(Auckland – NZ, 16 dicembre 1964)

Volto noto agli abbonati di Skysport, è stato da poco nominato capo allenatore degli Auckland Blues (Super XV), la franchigia del cui staff tecnico (2001) aveva già fatto parte come allenatore della linea arretrata. La cosa ha risvegliato in patria polemiche mai completamente sopite circa le sue effettive credenziali di allenatore di livello internazionale. Kirwan è stato ct dell’Italia (2002-2005) e del Giappone (2007-2011). Da giocatore fu un ala devastante, dotata di velocità, forza e competenze tecniche che lo portarono per anni a dominare le gerarchie mondiali del ruolo. Vestì per 142 volte la maglia del Marist Brothers Rfc di Auckland, in tempi in cui la massima competizione erano l’Npc e il Ranfurly Shield. In Italia giocò a Treviso e a Thiene (Vi) fra il 1986 e i 1990. Nel capoluogo della Marca si stabilì definitivamente dopo il matrimonio. Al suo attivo anche un biennio in Giappone con la maglia dei Nec Green Rockets (1997 – 1999) e due campionati di Rugby XIII (1995 - 1996) con gli Auckland Warriors, formazione neozelandese (di base a Penrose) ammessa in quel periodo a partecipare alla Lega australiana. È stato 63 volte All Blacks (35 mete), ha vinto la WC del 1987.

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Diego Dominguez
(Cordoba - Arg, 25 aprile 1966)

“È vero che dopo di lui l’Italia non ha più avuto un mediano di apertura. Però sarebbe ora di smetterla con i paragoni. Se continuiamo su questa strada creeremo solo complessati”. Disse, pretendendo l’anonimato, uno dei senatori della Nazionale di Georges Coste nel corso di un’accesa discussione sullo stato di salute del rugby italiano. Da allora, non è che la situazione sia molto cambiata. Purtroppo. Diego, che all’epoca del suo arrivo in Italia era già stato due volte Puma, diventò Azzurro grazie alla madre milanese e all’occhio clinico del ct Bertrand Fourcade che lo fece debuttare contro la Francia a Roma nel marzo 1991. Giocò nell’Amatori Milano/Milan di Silvio Berlusconi (1990 - 1997, 4 scudetti) e in Nazionale (71 caps fino al 2003). Una fetta importante del merito dell’ingresso dell’Italrugby nel Sei Nazioni è indubitabilmente suo. Chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire. Finì la carriera da giocatore a Parigi, guidando (qualcuno sostiene: di fatto allenando) lo Stade Francais alla conquista di 4 titoli nazionali. A Milano segnò 2966 punti, 959 con l’Italia e 461 con lo Stade. Oggi è un affermato uomo d’affari e apprezzato commentatore sportivo.

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Francois Pienaar
(Vereeninging – RSA, 2 gennaio 1967)

Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Nelson Mandela, al quale consegnò la Webb Ellis cup vinta nella finale contro la NZ all’Ellis Park nel 1995 e al discorso che fece in quella storica occasione: “Non dedico questo trofeo ai 60mila presenti in questo stadio, ma ai 43 milioni di miei connazionali sudafricani”. Parole che dette, da un bianco nato e cresciuto nel Transvaal, di consolidata cultura afrikaans, ebbero l’effetto di avvicinare un’intera nazione a uno sport fino ad allora considerato appannaggio esclusivo della minoranza al potere. Nel 2009 Matt Demon interpretò (vagamente romanzandone le gesta) il personaggio di Pienaar in “Invictus”, un film di produzione americana che racconta le vicende del Mondiale 1995. Pienaar ebbe con gli Springbocks una carriera relativamente breve: 29 caps (tutti da capitano) dal 1993 al 1996. Uscì di scena e se ne andò in Inghilterra (Saracens) per una storia mai chiarita, a metà strada fra la controversia sindacale (erano gli anni del passaggio al professionismo) e l’incompatibilità con il ct degli Springbocks Andre Markgraaff che arrivò ad accusarlo di aver simulato un infortunio durante una partita. In Inghilterra non ebbe grande fortuna nel ruolo di Ceo dei Saracens e nel 2002 fece ritorno in patria stabilendosi a Città del Capo.

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Jason Leonard
(Barking, 14 agosto 1968)

Di lui si dice che amava il rugby, il duro lavoro e la birra. Nessuno sa in quale ordine. Per gli statistici, ma solo per loro, il giocatore con più presenze in Nazionale al mondo è l’australiano George Gregan, che arrivò a quota 139. Leonard si fermò a 119 (fra Inghilterra e B&I Lions). Ma Gregan giocava mediano di mischia. Jason solo e sempre pilone! Passato professionista a 20 anni coi Saracens, debuttò in Nazionale a 22 contro l’Argentina quando era passato agli Harlequins. Per lui: 4 World Cup e due finali (vinta quella del 2003 a Sydney), oltre a due Challenge cup e a un Anglo-Gallese, sempre in maglia Quins. E sempre là davanti a spingere e a sbuffare. Giocò l’ultimo test al Flaminio nel 2004 contro l’Italia. A 36 anni, scontentando tanti tifosi, si ritirò e uscì di scena per dedicarsi alla beneficienza. Dopo aver giocato e segnato una meta nel corso di un’Inghilterra-Barbarians organizzata a Twickenham in suo onore. Una compagnia ferroviaria inglese ha dato a un proprio treno, quello in servizio a sud di Londra e che ferma a Barking, il nome “357 EMU Jason Leonard”.

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Martin Johnson
(Solihull, 9 marzo 1970)

Segni del destino: quando la sua famiglia lasciò Solihull (la città della Land Rover) scelse come nuova residenza la contea di Leicester (quella delle Tigri) dove, mentre giocava football americano, fu notato da Colin Meads (quel Colin Meads!) che lo portò a giocare (a rugby!) per due anni in Nuova Zelanda. Al suo ritorno era il 1990, firmò per i Leicester Tigers, club con il quale rimase in forza fino al 2005. Debuttò con l’Inghilterra nel Cinque Nazioni a Londra nel 1993 al posto di Dooley in seconda linea. Quattro anni dopo ne divenne il capitano. Rango che meritò in due distinte occasioni, la seconda nel 1999, quando Dall’Aglio dovette dimettersi per una brutta faccenda finita sui giornali. Unico nella storia a guidare per due volte i Lions in tour da capitano, chiuse la carriera internazionale (84 test) nella notte magica di Sydney 2003 quando l’Inghilterra conquistò la World cup. Nel frattempo, con le Tigri, aveva vinto quattro volte la Premiership. Purtroppo, invece di ritirarsi a vita privata e godersi gli agi derivanti dal rango acquisito sul campo, accettò di guidare la “sua” Inghilterra dalla panchina. E non andò a finire benissimo.

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Neil Jenkins
(Llantrisant, 8 luglio 1971)

Si dice sia l’unico gallese amato in Edimburgo. Forse per quel calcio a tempo scaduto in Inghilterra-Galles a Wembley nel Cinque Nazioni 1999 che chiuse il match sul 32-31 per i Dragoni e consegnò alla Scozia (differenza punti) la vittoria del Torneo proprio ai danni dell’Inghilterra che si classificò seconda. Sull’adeguatezza delle sue qualità per ricoprire in Nazionale il ruolo di apertura si discusse a lungo. Una parte della critica lo trovava inadatto al ruolo. “Sa solo usare i piedi”. Poi arrivò Graham Henry che gli insegò a passare, a “giocare alto” e persino a prendere i giusti intervalli palla in mano. Il piede, comunque, non gli venne mai meno. Giocò in Nazionale dal 1991 al 2003 (87 caps, 1049 punti), fu il primo internazionale ad abbattere (2001) il muro dei 1000 punti. Con i B&I Lions (4 caps, 41) nel 1997, da estremo, vinse la Serie in SA. Detiene il record (2003/2004) della striscia più lunga di calci consecutivi realizzati (44). Quello di top scorer mondiale glielo ha portato via Johnny Wilkinson. Un inglese. Attualmente fa parte dello staff del Galles.

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Alessandro Troncon
(Treviso, 6 settembre 1973)

La sua fortuna (il resto l'ha conquistato grazie al talento e alla spaventosa dedizione che gli sono sempre stati fedeli compagni di viaggio) fu andare a giocare un anno a Mirano (Ve) quando, a vent'anni, si rese conto che a Treviso (dove era nato e si era formato) in maglia Benetton avrebbe giocato poco. Gli bastò un campionato, quello del 93/94, dietro al pacchetto di una squadra che tutti consideravano pronta per la retrocessione (e che invece grazie a lui si salvò alla grande!), per: conquistare la maglia della Nazionale (che indossò fino al 2007, 101 caps, record di presenze), tornare di corsa alla Benetton e vincere sei scudetti da titolare (quello del 1992 l'aveva vinto da riserva), trasferirsi per due volte in Francia (99/04; 06/07) con la maglia del Clermont (una Amlin cup) e poi, una volta uscito dal campo, entrare nello staff tecnico della Nazionale con Nick Mallett ct. Oggi collabora con Christian Gajan nella conduzione tecnica delle Zebre in Pro 12. Dire che sia stato il più grande mediano di mischia del rugby italiano di tutti i tempi è quasi una scontata ovvietà. Però e vero!

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Jonah Lomu
(Auckland – Nz, 12 maggio 1975)

Tentò di tornare a essere quello che era stato, scendendo in campo a Calvisano, vicino a Brescia, in una partita di Heineken cup con la maglia dei Cardiff Bleus e con il suo rene nuovo. Sugli spalti: più giornalisti che spettatori. E la moglie fuori dallo stadio, accanto a un’ambulanza pronta a partire in caso di emergenza. Era il 2005. Un anno prima un trapianto gli aveva salvato la vita. E lo aveva illuso. La rara forma di nefrite diagnosticata nel 1996 non aveva nessuna intenzione di “lasciarlo passare”. Lo stesso atteggiamento tenuto nei suoi confronti da decine di avversari, disposti a tutto pur di non farlo segnare, che lui si era limitato ad asfaltare nel corso di una fantastica ma brevissima carriera. Quattro mete alla Nazionale inglese (WC 1995) in semifinale, otto in totale nell’edizione del 1999. L’ultima sua apparizione su un palcoscenico degno del suo talento e della sua esplosiva voglia di vivere. È stato 63 volte All Black e ha firmato 37 mete.

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Andrea Lo Cicero
(Catania, 7 maggio 1976)

Pilone sinistro buono in chiusa, eccellente fuori con la palla in mano. È stato per anni l’alternativa di Totò Perugini sul lato dell’introduzione della mischia azzurra. Bravo a riconquistarsi spazio e fiducia nel giro che conta dopo un’uscita dal gruppo che pareva definitiva. Più maglie azzurre di lui le ha indossate solo Alessandro “Castoro” Troncon, tre anni più vecchio, attualmente nello staff delle Zebre, che ha chiuso con la Nazionale a quota 101 nel 2007. Il Barone siciliano (per via di certificate  ascendenze nobiliari)  stabilmente a Parigi dal  2007, ha comunque buone possibilità di superare il suo ex mediano di mischia dal quale lo separano 9 presenze. Partito da Catania (formato alla gloriosa scuola dell’Amatori) nel 1997, approda a Bologna, poi passa a Rovigo e quindi a Roma dove (2001) vince il suo primo e unico scudetto. “Assaggia” la Francia nel 2001 a Tolosa. Ma l’esperienza si rivela poco produttiva. Tornato in Italia si mette in evidenza con la Lazio e con L’Aquila da dove, nel 2007, parte per Parigi insieme al tallonatore Festuccia, al seguito dell’ex ct Pierre Berbizier nel frattempo diventato capo allenatore del Racing. Il suo sogno è rappresentare l’Italia alle Olimpiadi nella vela.

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Shane Williams
(Morriston, 26 febbraio 1977)

Agli occhi di molti suoi tifosi ha chiuso la carriera “male”. Perché dopo il (commovente) match di addio organizzato in suo onore al Millenium stadium fra Barbarians e Galles (giugno 2012)…se ne partì per il Giappone, avendo firmato un (lucroso) contratto di un anno con il Mitsubishi Juko Sagamihara Rugby Club. Squadra per la quale, al debutto, ha segnato una meta. Coda velenosa a parte, di lui resterà l’immagine del suo inarrivabile “side step” che, a 35 anni, ripetuto due volte sul finire di una partita il cui esito infausto sembrava scritto, ha regalato ai suoi Ospreys la finale di Celtic league 2012 contro i dublinesi di Leinster. Piccolo, scaltro e imprendibile, ha collezionato 87 caps (record di presenze per il ruolo) con il Galles e 4 con i B&I Lions, segnando in totale 300 punti. Nella classifica dei meta men in test internazionali di tutti i tempi è terzo, dietro a un giapponese e a David Campese.

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Ronan O’Gara
(San Diego – Ca, 7 marzo 1977)

Fu lui l’uomo del “Miracle Match”. Era sera del 18 gennaio 2003, quando Munster batté Gloucester  33-6 e conquistò (per differenza punti) la semifinale di HC. I due punti decisivi li realizzò proprio O’Gara. All’80’, trasformando la meta di Kelly. E dire che a Munster, di notti magiche ne avevano già vissute. Nel 1978, per esempio, quando l’Armata Rossa mise sotto gli All Blacks. O quando vent’anni dopo (stadio e giocatori irlandesi fermi e silenti in mezzo al campo per 5 interminabili minuti dopo l’haka dei tuttineri) ci riprovò quasi riuscendoci. Ronan O’Gara, fu capitano di Irlanda (124 caps, 1075 punti, un GS e 4 Triple Crown), Munster (222, 2409) e dei B&I Lions (tour 2001, 2005, 2009). I record di punti segnati e di presenze in test match sono tutti suoi. Dal 1997, dopo quelle  dell’università di Cork e nel Cork Constitution, ha vestito solo la maglia rossa della franchigia provinciale di Munster  vincendo 2 HC e tre Celtic league. È laureato in Economia e Commercio. Il “dublinese” Sexton prenderà il suo posto in Nazionale. Non nel cuore dei tifosi di Munster.

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Sebastien Chabal
(Valence, 8 dicembre 1977)

L’hanno chiamato “orco”, “anestesista” e “uomo delle caverne”. Immagini colorite che molto concedono all’esagerazione e all’esteriorità. Ma Sebastien Chabal (scuola- Bourgoin) è stato, prima di tutto e segnatamente nel suo periodo inglese in maglia Sale (81 partite dal 2004 al 2009), una terza (all’occorrenza seconda) linea di inarrivabile efficacia e di mostruosa dedizione. Competente sul piano tecnico esecutivo, aggressivo e consistente nelle situazioni di contatto, carismatico in campo e fuori. Dal 2000 (debutto con la Scozia) è entrato e uscito dal giro della Nazionale (62 caps), pagando forse (troppo) a caro prezzo un ribellismo spontaneo più di facciata che di sostanza. Mai in sintonia con Pierre Berbizier ai tempi dell’esperienza parigina in maglia Racing (2011/2012) ha accettato di scendere in seconda divisione (con l’amico e coetaneo Nallet) e di guidare il retrocesso Lione alla conquista di una promozione tutt’altro che scontata.

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Alexander Stringer
(Cork, 13 dicembre 1977)

Pare che l’unico capace di “fregarlo”, peraltro commettendo una grave scorrettezza, sia stato Neil Back, flanker di Leicester (e anche lui non molto alto di statura) che schiaffeggiò, non visto, il pallone che Stringer stava introducendo in una mischia a cinque metri. Era la finale di HC 2002, vinsero le Tigri 15-9 su Munster, anche per merito di quella proditoria manata. In mille altre occasioni l’elfo di Cork (1.72 per 70 kg) ha avuto la meglio. Nonostante le misure. Sportivamente parlando era un'insidia continua. Alessandro Troncon, esasperato, arrivò a colpirlo con un destro al volto di rara potenza nel corso di un Irlanda-Italia del Sei Nazioni al Flaminio. “Non ce la facevo più a sopportarlo” ebbe a commentare mentre, espulso, raggiungeva a capo chino gli spogliatoi. “Per sopravvivere con quel fisico che si ritrova – disse di lui un suo compagno di squadra – gli tocca essere due volte più furbo degli altri e tre volte più carogna della media”. 223 partite con Munster, 98 test con l’Irlanda e un finale di carriera inglese fra Saracens e Newcastle dicono che, carogna o no, Stringer merita un posto fra i grandi numeri 9 della storia del rugby moderno.

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Christopher Paterson
(Edimburgo, 30 marzo 1978)

I tifosi italiani lo “odiano” dalla sera del suo 100% a St Etienne contro gli Azzurri di PB alla WC del 2007. Il suo piede sarà per sempre ricordato come uno dei migliori e meno inclini all’errore, nella storia del rugby mondiale di tutti i tempi. Ma in fatto di record Chirs non si è fatto mancare nulla. A lui spetta infatti il titolo di giocatore most capped (109) e top scorer (809) della nazionale di Scozia, dove ha giocato da estremo, apertura e ala. Una carriera tutta scozzese, la sua, fra Glasgow e Edimburgo, negli anni della nascita dell’attuale Pro12 celtico, con una sola e poco felice parentesi inglese a Gloucester dove (2007) giunse con un contratto triennale che però non onorò, per tornare dopo un anno a Edimburgo per chiudere la carriera nel maggio 2012, cinque mesi dopo il suo ritiro dalla Nazionale.

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Brian O’Driscoll
(Dublino, 21 gennaio 1979)

BOD il dublinese: genitori medici, calcio gaelico, studi all’esclusivo Blackrock e poi Sport and Management degree al prestigioso UCD, dove lo spostarono da apertura a secondo centro. Debuttò con la Nazionale irlandese nel giugno del 1999 in Australia, con qualche mese d’anticipo sul primo contratto da professionista con Leinster che firmò al rientro dal tour. Nel 2005 pareva dovesse “scappare” in Francia. Ma non se ne fece nulla. Ha collezionato 120 caps con l’Irlanda (83 da capitano), 6 con B&I Lions ed è stato 3 volte Barbarians. Nella storia del rugby del suo paese nessuno ha segnato più mete di lui (45) e al mondo nessun centro è mai arrivato a tanto. Detiene anche il record irlandese di mete segnate in HC (30) e quello assoluto del 6 Nazioni (25). Miglior giocatore del Torneo nel 2006, 2007, 2009. “Sa fare in campo cose che un allenatore mai si sognerebbe di chiedere a un suo giocatore” disse di lui l’australiano David Knox che lo ebbe “in cura” ai tempi della gestione Ceika a Dublino.

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Mauro e Mirco Bergamasco
(Padova, 1 maggio 1979 e 23 febbraio 1983)

Mauro, il più vecchio, gioca terza linea sul lato aperto, Mirco fa l’ala e, quando serve, il centro  o l’estremo. Ultimamente anche il calciatore incaricato. Recentemente Mirco è stato posto dalle donne (sposate) italiane in testa alla classifica degli oggetti (sessuali) del desiderio. Cresciuti in un piccolo club (Selvazzano) alle porte di Padova dove sono nati e dove si erano stabiliti il padre Arturo (anch’egli terza linea e internazionale) passato dal Rovigo al Petrarca nel 1972 e la madre Lorenza, i Bergamasco si sono formati nel vivaio del club bianconero, per poi trasferirsi alla Benetton (Mauro nel 2000) e allo Stade Francais (Mirco nel 2003 insieme a Mauro). Mauro è attualmente in forza alle Zebre Pro 12 e vanta 88 presenze in Nazionali. Mirco gioca in Top 14 con il Racing e di caps ne ha collezionati 85.

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Jonathan “Jonny” Wilkinson
(Frimley, 25 maggio 1979)

“Ho cominciato a giocare a rugby da estremo. Mi affascinava l’idea di essere l’ultimo baluardo difensivo della mia squadra. Non volevo passare apertura. Ho sempre avuto un rapporto di amore-odio con il concetto di responsabilità”. Parole in libertà del più grande numero 10 di tutti i tempi (Carter compreso!), che ha lasciato l’attività internazionale nel novembre del 2011 dopo 97 test match (6 con i B&I Lions) e 1246 punti segnati. Per la serie: “Con lui in campo si esce dallo spogliatoio già in vantaggio 12-0”. Dal 1997 al 2009 è stato la bandiera di Newcastle, poi ha cambiato radicalmente scenario ed è finito a Tolone in Top 14. Una serie (quasi) infinita di gravi infortuni lo ha tenuto fuori dalla Nazionale dal 2003 al 2007. Quando rientrò, contro la Scozia al 6 Nazioni, segnò 27 punti e uscì dal campo Man of the match. Tratto distintivo di un giocatore che come pochi altri al mondo ha dimostrato di “saper rendere semplici le cose complesse”, oltre alla perizia balistica (suo il miglior modello esecutivo di drop) è la tremenda dedizione difensiva. Un’attitudine che gli è costata molto cara in termini di incolumità, ma che non lo ha mai abbandonato.

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Paul O'Connell
(Limerick, 20 ottobre 1979)

Ha giocato sempre e solo in seconda linea, è stato capitano dell’Irlanda, dei B&I Lions nel tour 2009 e di Munster. L’ultima meta nel vecchio Lansdowne road, prima che l’abbattessero e dalle sue macerie sorgesse l’attuale lussuoso (e carissimo) Aviva Stadium, l’ha segnata lui. È stato anche capitano dell’Irlanda nella prima partita di rugby (6i Nazioni 2007) disputata al Croke Park, quello del Bloody Sunday del novembre 1920, fino ad allora vietato ai giochi “inglesi”. Anche per questo, oltre che per la strabiliante capacità di recuperare da infortuni che avrebbero convinto chiunque al ritiro, passerà alla storia. In carriera ha vinto praticamente tutto, è inserito in tutte le classifiche di merito fra i giocatori più forti al mondo. Con Munster (137 caps) ha vinto una HC e una Celtic league, è stato 6 volte B&I Lions. Gli mancano pochi esami per completare gli studi in Ingegneria informatica all’università di Limerick. E pensare che fino a 16 anni passava le giornate in piscina e voleva diventare un nuotatore.

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Martin Castrogiovanni
(Paranà, 21 ottobre 1981)

Figlio di emigrati siciliani residenti nel Paranà, arriva in Italia a vent’anni per giocare con il Calvisano, resta con i gialloneri cinque stagioni, vince uno scudetto e nel 2006 vola in Inghilterra a Leicester dove, con la maglia delle locali Tigri, vince la regular season di Premiership ma poi viene eliminato ai quarti. Di titoli inglesi ne vince due, nel 2009 e 2010. Esordisce in Nazionale nel 2002 a Hamilton contro la NZ insieme a Parisse e parte per la WC del 2003 in Australia. Da allora è titolare fisso del lato destro della pima linea azzurra.  Quello che gli anglosassoni chiamano “testa dentro”, il più difficile, checché ne pensino i “sinistri”. Nel suo ruolo è considerato fra i cinque più forti al mondo. Personaggio dentro e fuori dal campo, ha il volto, la sagoma e le movenze ideali del perfetto testimonial di importanti brand industriali che lo hanno voluto protagonista delle loro campagne pubblicitarie. Di poche parole, ma autoironico. Dice di sé: “Il rugby è un gioco bellissimo ma complicato, pieno di regole e di limiti difficili da digerire. Per questo ho deciso di giocare pilone. Abbassi la testa, spingi, se ti menano stai zitto, la palla te la passano raramente e quelle poche volte, quando l’hai presa, devi solo andare dritto. Quasi sempre a sbattere contro qualcosa che assomiglia a un camion”.

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Thierry Dusautoir
(Abidjan/ Costa d’Avorio, 18 novembre 1981)

Fino a 16 anni del rugby aveva a malapena sentito parlare. Ma quando c’è il talento nulla è impossibile. E per diventare capitano della Nazionale di Francia (oltre che ingegnere chimico), se ti chiami Thierry Duautoir, non è obbligatorio cominciare a giocare da piccoli. Terza linea e punto di riferimento del Tolosa campione di Francia, ha vestito le maglie di Bordeaux, Begle, Colomier e Biarritz, la formazione basca con cui nel 2006 ha vinto il titolo e perso la finale di HC contro Munster (23-19). Lo chiamano “lo sfondatore di cancelli”, per descrivere la sua inarrivabile efficacia nella zona di collisione. Debuttò in Nazionale nel 2006 a Bucarest contro la Romania. Entrò nella storia in occasione di Francia-Nz a Cardiff, quarto di finale della WC 2007, quando segnò la meta della vittoria francese ed effettuò, da solo, più placcaggi di tutta la formazione All Blacks (38-36!). Sua anche la meta della finale mondiale 2011 vinta dalla Nz 8-7. In quell’occasione effettuò “solo” 22 placcaggi.

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Sergio Parisse
(La Plata, 12 settembre 1983)

Uno che c’era la racconta così: “La Fir aveva concesso a un ragazzo, figlio di emigranti abruzzesi, il permesso di partecipare al riscaldamento della nostra Nazionale under 19 che si trovava in Argentina prima del Mondiale in Cile del 2001. Mancando un giocatore, gli fu concesso di prendere parte alla partitella di fine seduta. Da non credere! Dopo cinque minuti aveva già menato mezza Nazionale! E dopo una settimana quel Mondiale lo disputò da titolare!”. Così il rugby italiano “trovò” Sergio Parisse, nativo di La Plata e figlio di un’ala della mitica Aquila Rugby degli anni ‘70. Messo subito sotto contratto dalla Benetton Treviso, debuttò con la Nazionale maggior l’anno dopo a Hamilton contro gli All Blacks e nel 2003 (Australia) prese parte alla prima delle tre World Cup fino a oggi disputate. Dal 2005 è a Parigi, capitano dello Stade Francais, ha sposato miss Francia 2006 e dal 2008 (ct Mallett) è capitano dell’Italia. Ha vinto due scudetti con Treviso e uno in Francia (2007). Ai Mondiali del 2015 in Inghilterra avrà 32 anni e firmerà la sua quarta presenza iridata. Sa giocare numero 8, flanker e seconda linea.

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Rugby Ball